Io abito in un paesello, che poi sulla carta è una frazione, con meno di 4000 abitanti. Volenti o nolenti, in un paese come il mio, ci si conosce tutti, o, se non ci si conosce proprio, si sa chi è uno che s’incrocia per la strada. I primi anni di liceo, prima che chiudessero la piazza al traffico, prendevo il pullman per andare a scuola in piazza. Quindi ogni mattina, verso le 7:20, uscivo di casa e mi facevo i miei 400/500 metri per andare alla fermata del pullman. Ricordo che c’era uno spazzino (lo so che per correttezza si dovrebbe dire operatore ecologico, ma io non uso il termine spazzino con accezione negativa, solo che io l’ho sempre visto con una grossa scopa di saggina che spazzava quindi lo chiamo ancora oggi spazzino. E poi spazzino suona più romantico, non come il freddo operatore ecologico) che avrà avuto 24/25 anni e che puntualmente, ogni mattina, senza che io lo conoscessi, mi sorrideva e mi salutava. Poi con il passare del tempo, non l’ho più visto. Stamattina, entravo in paese, costeggiando il canale, e l’ho visto. Io ero in macchina e lui era dentro il canale a spazzare (il canale è vuoto e dentro ci stanno facendo dei lavori con le ruspe e lui era lì che spazzava la polvere) e l’ho riconosciuto subito. In un attimo mi sono venuti in mente i tempi delle medie e dei primi anni delle superiori, quando c’erano solo la scuola, l’oratorio e il campetto con gli amici. Non c’erano solo le preoccupazioni.
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Stasera, o meglio ieri sera, visto che ormai sono già le quattro e mezzo del mattino, ho avuto l’esito del mio primo esame universitario (o meglio, un parziale, ma tant’è). Ho preso un onesto 22. Non è che sia un voto altissimo, però è un voto più che sufficiente, che diventa più che soddisfacente se considerate che sulle 300 pagine da studiare ne avrò studiate si e no un’ottantina, non studiando, tra le altre cose, un intero libro.
Mentre mi gasavo, ho avuto la lucidità di notare che nella mia giovane vita c’è una forte presenza di numeri formati da cifre uguali (11, 22, 33 e così via, per capirci): sono nato l’11 ottobre dell’88, agli scritti della maturità ho preso 33, al test d’ingresso per l’università sono arrivato 77esimo e al primo esame da universitario ho preso 22. Non sono superstizioso, però è una strana coincidenza che non mi è sfuggita, e, se dovessero essercene altre, potrei iniziare a credere di essere al centro di un disegno del dio dei numeri formati dalle cifre uguali. Un po’ come quando da bambino credevo di essere un highlander. Ma questa è un’altra storia.
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Ieri sera la mia morosa, per scherzo, o almeno così lei pensava che io interpretassi la cosa, per far sì che iniziassi a studiare per l’esame di Psicologia del 4 novembre prossimo, mi ha detto che avrei dovuto fargli uno squillo ogni dieci minuti, a partire dalle 9:00, fino a che lei non fosse andata in pausa e ci saremmo sentiti al telefono.
Metodo rudimentale ma efficace per constatare il mio essere sveglio.
Io, che la amo tanto e che come ultima cosa al mondo vorrei deluderla (tra le altre cose, che rimanga tra di noi, non voglio che mi dica che sono un bla bla bla, come puntualmente fa), mi sono svegliato, le ho mandato un messaggio alle 8:50 e dieci minuti più tardi, in perfetto orario sulla tabella di marcia, le ho fatto il primo squillo.
E così via fino alle undici circa.
Questa, detto tra di noi, è una cazzata.
Però, quando ti riduci a fare queste cose, oltre ad avere l’ennesima conferma di non essere tanto normale, capisci di essere innamorato.
E cosa più bella non c’è.
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La mia ragazza sostiene che il sottoscritto, alle dieci e mezza di sera, a fine ottobre, a 70 km/h in motorino in mezzo alla pianura lombarda, in realtà non abbia freddo. Dice che è tutta una cosa psicologica, dovuta al fatto che mi pesa il tornare a casa alle dieci e mezza di sera, a fine ottobre, a 70 km/h in motorino in mezzo alla pianura lombarda. Io non è che ne sia poi così tanto convinto.
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Dopo ben tre mesi ho finalmente finito “La donna che vestiva di rosso“, l’ultimo romanzo di Elizabeth George che ha per protagonista il sovrintendente Linley.
Dico finalmente perché, rispetto agli altri 13 libri della serie, che mediamente sono stati letti ognuno in 3/4 giorni, questo libro si è subito presentato noioso, senza una vera trama e senza pathos. Tra le altre cose, l’ambientazione in Cornovaglia non ha fatto altro che pesare sulla già mal rammendata trama.
Sinceramente, dopo la morte di Helen (l’adorata moglie di Linley, narrata nel romanzo “Nessun testimone“), mi aspettavo qualcosa di più dalla George. Che stia pensando di far uscire il sovrintendente Linley dalla scena?
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L’11 ottobre è stato il mio compleanno.
Sabato sera, a mezzanotte, la mia morosa mi ha fatto gli auguri con questa

Si può mai non amare una ragazza che fa cose di questo genere?
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Sono cambiate tante cose, quasi tutte in meglio.
Nonostante il cambio di dominio e di look, sono sempre quello di una volta.
Una cosa che vi posso già dire è che mi potete tranquillamente chiamare Marco.
Anzi, dovrete.
Nessun segreto, nessun sotterfugio.
Non mi devo nascondere, non più.
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